Lo scorso 5 settembre il prof. Ronchi, già ministro dell’Ambiente, ha partecipato ad un incontro organizzato dal festival provinciale de l’Unità di Alessandria. Questi, in sintesi, gli interessanti contenuti.
 

1. “Se il mondo non sarà più giusto non potrà essere pacifico”

Un miliardo e mezzo di persone al mondo non ha accesso a fonti di acqua potabile. Ottocento milioni non hanno invece cibo sufficiente per sfamarsi. Più di due miliardi non possono poi usufruire di sistemi sanitari di base. Circa l’80% della ricchezza mondiale è in mano ai paesi sviluppati. 
Ci si trova di fronte ad una situazione nella quale un numero sempre maggiore di persone, appartenente alle aree più povere del pianeta, deve pensare strategie di sopravvivenza e di miglioramento senza poter contare sulle risorse dei paesi d’origine.
Il risultato di questa situazione è una spinta al riequilibrio, che si concretizza attraverso lo spostamento di persone da un’area all’altra della terra, ma non è tutto. Le azioni suicide dei terroristi non sono solo frutto di fanatismo, ma di una disperata battaglia contro l’ingiustizia.
Se i paesi ad economia avanzata non saranno in grado di estendere lo sviluppo, non potranno avere alcuna garanzia di mantenimento dell’attuale benessere.
Inoltre, se proseguirà l'attuale modello di sviluppo, circa la metà della popolazione mondiale soffrirà di mancanza d'acqua nei prossimi 25 anni. I gas prodotti dai combustibili delle industrie di mezzo mondo faranno aumentare l'effetto serra e le foreste continueranno a sparire, ampliando a dismisura il già preoccupante livello di inquinamento del globo terrestre. 
Sono dati allarmanti, interessano il futuro della terra e sono stati discussi al vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg, Sudafrica, dal 26 agosto al 4 settembre 2002. A dieci anni esatti dal grande summit della Terra tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, il vertice ha perseguito il tentativo di comprendere come soddisfare i bisogni delle attuali generazioni senza compromettere quelli delle generazioni future.
 
 

L’insostenibilità dello sviluppo si basa su tre pilastri:
 sociale
 ecologico
 economico
 Sociale:l’attuale modello di benessere non consente di distribuire in maniera egualitaria lo sviluppo, perché non ci sono risorse a sufficienza per tutti (“per gli italiani è come se, per essere autosufficienti, avessero bisogno di quasi tre Italie e non una”)
 Ecologico: la nostra è la civiltà degli sprechi (“una volta il rapporto era di un uomo, un cavallo; oggi è di un uomo, in auto, su duecento cavalli”). Non preoccupandoci dell’impatto ambientale sul territorio, non guardando il futuro ma solo lo status quo , abbiamo prodotto i disastri ecologici della nostra epoca.
 Economico: emerge una progressiva tendenza al declino. Già in passato si sono verificate crisi per difficoltà della domanda (non solo dell’offerta), ma adesso siamo al limite: nei paesi ad economia avanzata siamo ad un’auto ogni due persone. Disaccoppiando il consumo dall’effettivo utilizzo(“non logoriamo mai le scarpe prima di cambiarle”) non si può andare oltre. Se l’economia non cambia in qualità e non diversifica il modo di consumare, rischia il collasso.
Una chiave di volta potrebbe essere quella di dematerializzare i consumi, mirando ad una più elevata offerta di qualità della vita per guadagnare, così, anche in termini di competitività economica.
Nonostante la liberalizzazione dei mercati l’economia va male proprio perché lo sviluppo non riesce a compenetrare i tre pilastri fondamentali: sociale, ambientale, economico.
 

2. “Se crescono i rifiuti non cresce lo sviluppo”

Siamo sei miliardi di persone: se la materia organica utilizzata non viene rimessa in ciclo si producono diseconomie ed inquinamento.
 

Una buona politica di gestione dei rifiuti deve:
 puntare sulla prevenzione (“progettare prodotti con minor scarto possibile, analizzando il ciclo di vita degli stessi dalla culla alla tomba”),
 informare i consumatori
 gestire i consumi e i rifiuti sul territorio
 riciclare 
Il Dlgs 22/97, noto come decreto Ronchi, prevedeva, tra l’altro, una trasformazione della tassa sui rifiuti in una tariffa dalle seguenti connotazioni:
 emissione a costo pieno (“Nel 1998 la TARSU copriva il 76% del costo; il cittadino deve invece rendersi conto che produrre tanti rifiuti e gestirli male costa”)
 piano finanziario obbligatorio (“sanzionare le amministrazioni comunali sprovviste di apposito piano; certe realtà locali non sanno quanto costa la gestione dei rifiuti sul loro territorio”)
 previsione normativa e regolamentazione della tariffa (“la quota conferita tal quale deve costare di più rispetto alla quota differenziata”)

Siamo rammaricati perché ad ascoltare le parole del prof. Ronchi eravamo davvero in pochi e, soprattutto, era completamente assente l’amministrazione comunale della città di Alessandria.

gliamicidellebici, 5 settembre 2003

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